Ministro Stefani certifica fallimento Zardini: «Non hanno idea di come uscirne. Classe dirigente inadeguata»

Pubblicato da il 15 maggio 2019 0 Commenti

L’intervista rilasciata a L’Arena dal ministro Stefani è la certificazione del blocco che il percorso dell’autonomia regionale ha subito a livello di Consiglio dei Ministri. Il deputato veneto Diego Zardini sottolinea la “debolezza” delle argomentazioni portate da Stefani per giustificare l’incredibile ritardo su un tema che è molto più complesso di quanto si lasci intendere. «La realtà è che non hanno idea di come affrontarlo. A quasi venti anni dalla riforma con cui il centrosinistra inserì in Costituzione la possibilità dell’autonomia differenziata delle regioni, finiti gli slogan, Zaia manda avanti una figura minore, il ministro Stefani, per mettere la faccia sul proprio fallimento».

«Come ormai sanno tutti», afferma Zardini, «e come molti autorevoli accademici, politologi e costitiuzionalisti hanno spiegato in diverse occasioni, l’autonomia delle regioni resterà una scatola vuota senza la definizione dei fabbisogni standard e il calcolo dei relativi costi. Peccato che la legge del 2009 (Calderoli) sia rimasta lettera morta e oggi nessuno nella compagine di governo sa come uscire dal vicolo cieco in cui si sono cacciati. L’autonomia non è uno spot elettorale. Doveva e poteva essere affrontata con la serietà che una riforma tanto complessa comporta. Bisognava lavorare per passi graduali, individuare poche materie da trasferire e, soprattutto, coinvolgere da un lato i territori nel processo e dall’altro il Parlamento. Non è stato fatto nulla di tutto ciò con il risultato che ci sono i sindaci terrorizzati dal possibile nuovo centralismo regionale che giustamente dal loro punto di vista frenanno e i parlamentare, in particolare quelli delle regioni del centro sud, apertamente e trasversalmente contro qualsiasi ipotesi di intesa».

Poteva finire diversamente, conclude Zardini, «però probabilmente ci voleva una classe politica all’altezza della sfida, mentre qui siamo di fronte solo a personalità abili sui social o capaci di aizzare gli animi, ma del tutto inadeguate a sviluppare un processo di riforma istituzionale così importante».

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