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Contratto unico. Il Pd ha una sola idea

Contratto unico. Il Pd ha una sola idea

Riunificare tutti i contratti sotto quello a tempo indeterminato, prevedendo solo alcune eccezioni (apprendistato, stagionali, formazione lavoro). Il nuovo contratto unico si organizza su due fasi: i primi tre anni diventano di fatto un lungo periodo di prova nel corso del quale l’impresa conosce il lavoratore ed è più motivata a formarlo. Dopo i tre anni non è più consentito il licenziamento se non per giusta causa, con la copertura giuridica che hanno tutti i lavoratori italiani delle aziende sopra i 15 dipendenti.

 Presidente Marini, il governo intende convocare le tre confederazioni separatamente.

Non mi pare utile. Non mi sorprende che i sindacati vogliano allargare il tavolo ma il governo deve muoversi rispettando l’urgenza che è alla base della sua nascita. Nemmeno il Pd ha potuto proporre le elezioni anticipate.

Condivide la necessità di superare il dualismo del mercato del lavoro?

La divisione tra garantiti e non garantiti è la questione sociale più grave oggi, una vera e propria questione nazionale. Un problema che si è acutizzato negli ultimi mesi ma che ha radici lontane. Il nostro mercato del lavoro ha visto proliferare quaranta forme diverse di contratti atipici, una frammentazione irrazionale. Chi l’ha costruita negli anni pensava che avrebbe potuto dare dinamicità ed efficienza al sistema, e invece si è trasformata in un modo per aggirare i rapporti di lavoro a tempo indeterminato. E oggi ci ritroviamo con più di 2 milioni e mezzo di lavoratori precari e più di 500mila giovani ai quali il contratto non è stato rinnovato: se a questi sommiamo il lavoro sommerso ci troviamo di fronte a un dualismo reale.

Il governo ha detto di considerare la riforma del lavoro una priorità.

Sì, l’ha messa tra i primi punti della sua agenda e ha fatto bene. Un paese evoluto come l’Italia non può sopportare questa iniquità che è anche alla base della nostra crescita zero perché ha provocato l’abbassamento dei salari e il calo della produttività. Secondo i dati dell’Organizzazione mondiale del lavoro dal 1988 al 2006 in termini di potere d’acquisto i salari italiani sono scesi del 16 per cento, un livello che ci colloca in coda alla classifica degli undici più importanti paesi europei.

Il Pd ha presentato almeno tre proposte diverse di contratto unico.

La mia idea, che è contenuta nel disegno di legge depositato al Senato a prima firma Paolo Nerozzi, coincide con quella avanzata da Tito Boeri e Pietro Garibaldi nel loro libro Un nuovo contratto per tutti (Chiarelettere). Il 3 febbraio del 2009 partecipai, nella sede del Cnel, a un dibattito con loro sulle tesi di quel libro che mi convinsero ma sulle quali trovai i sindacati incerti. La proposta centrale è quella di riunificare tutti i contratti sotto quello a tempo indeterminato, prevedendo solo alcune eccezioni (apprendistato, stagionali, formazione lavoro). Il nuovo contratto unico si organizza su due fasi: i primi tre anni diventano di fatto un lungo periodo di prova nel corso del quale l’impresa conosce il lavoratore ed è più motivata a formarlo. Dopo i tre anni non è più consentito il licenziamento se non per giusta causa, con la copertura giuridica che hanno tutti i lavoratori italiani delle aziende sopra i 15 dipendenti. Nel Pd in questi anni abbiamo assistito a un fiorire di proposte di riforma, ma tutte convergono su questa idea centrale di contratto unico.

Anche quella del senatore Pietro Ichino?

Ichino ha firmato questa nostra proposta giudicandola un primo passo: è una persona intelligente oltreché un bravo tecnico del diritto, credo che capirà che non c’è spazio per altre proposte. D’altra parte il licenziamento per motivi economici è già previsto dalla legge 223 del 1991. La questione dell’articolo 18 è un falso problema, va mantenuto per evitare il licenziamento discriminatorio, che rappresenta un fenomeno marginale. Il problema del surplus di forza lavoro in caso di crisi si governa con la 223 del 1991: nessun imprenditore licenzia duecento dipendenti uno per uno. Anche in Germania il giudice del lavoro, in caso di licenziamento senza giustificato motivo, può decidere il reintegro, a conferma che il reintegro va mantenuto se qualcuno viene lasciato a casa per il capriccio del datore di lavoro.

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