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Lavoro, si apre
il dibattito

Lavoro, si apre<br />il dibattito

La ministra del Welfare Fornero apre il confronto con le parti sociali per eliminare i contratti precari dichiarandosi disposta a rivedere l’art. 18.
Il Pd deve farsi trovare pronto con le sue proposte. Non possiamo più rincorrere il governo.
Prima di affrontare il mercato del lavoro, il governo deve abbattere tutti gli oligopoli e i monopoli, a partire da trasporti, energia e ordini professionali.
Se si uniformano i contributi previdenziali per i vari tipi di contratto tra il 28 e il 30%, si vara una riforma degli ammortizzatori come in Danimarca, si allunga il periodo di prova e si prevede il processo per direttissima anche per le cause di licenziamento, a quel punto il tema dell’articolo 18 si svuota di significato, e si può lasciare così com’è.
In ogni caso, dopo un adeguato approfondimento, la prof. Fornero concluderà, come da tempo ha fatto il PD, che l’articolo 18 non c’entra nulla con la precarietà dei giovani e con la crescita dell’economia e che è necessario concentrarsi sulla riforma degli ammortizzatori sociali.

OPINIONI A CONFRONTO

L’inutile ossessione della flessibilità in uscita -Massimo D’Antoni

C’è veramente necessità, oggi, in Italia, di riformare il mercato del lavoro modificando le norme sul licenziamento? È questa la soluzione per restitutire prospettive ad una generazione che gode di scarse tutele ed è privata di una prospettiva di impiego stabile? Per anni la discussione degli economisti si è concentrata principalmente sulla flessibilità «in entrata».

Si diceva che l’adozione di contratti con garanzie ridotte avrebbe incoraggiato le imprese ad assumere, e avrebbe anzi favorito l’accesso all’impiego a tempo indeterminato. La realtà ha smentito questa previsione. La frammentazione delle forme contrattuali è andata ben oltre il ragionevole e viene giustamente vista come patologica. Una presa d’atto benvenuta. Occorre dunque intervenire operando una drastica riduzione delle forme contrattuali, che faccia sì che i contratti temporanei siano utilizzati soltanto nei casi in cui vi sia una fondata necessità economica (ad esempio: le attività stagionali). Occorre rendere il ricorso a tali forme contrattuali più costoso per compensare la minore stabilità. Occorre infine riformare gli ammortizzatori sociali, aumentando le tutele per chi perde il lavoro e in modo da incoraggiare la riqualificazione. Su interventi di questo tipo, il governo avrebbe certamente il sostegno compatto non solo dell’intero Partito democratico, ma dell’insieme delle forze di centrosinistra. La questione che solleva tanta passione riguarda semmai un altro aspetto: la licenziabilità. Come è ben noto, la norma-simbolo da questo punto di vista è l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Si sostiene da più parti che la semplificazione delle forme contrattuali dovrebbe avere quale contropartita l’abbandono di questa norma, sostituendo la tutela «reale» (la reintegrazione nel posto di lavoro, prevista per il licenziamento senza giusta causa nelle imprese con più di 15 dipendenti) con un risarcimento monetario. Una soluzione che, riducendo i costi del licenziamento per l’impresa, rappresenterebbe una sorta di contropartita alla riduzione di flessibilità «all’entrata» e al costo degli ammortizzatori sociali.

Le motivazioni economiche dietro a questo argomento non convincono. Per cominciare, sgombriamo il campo da una convinzione diffusa ma infondata: come dimostrato dalle ricerche empiriche più autorevoli, la cosiddetta flessibilità in uscita, la licenziabilità, non ha effetti significativi e duraturi sul livello di occupazione. In compenso, un mercato più flessibile comporta che i rischi connessi alle fluttuazioni economiche siano sopportati in misura maggiore dai lavoratori, una soluzione molto discutibile dal punto di vista dell’efficienza complessiva. Nemmeno si può sostenere che l’articolo 18 sarebbe causa del così ampio ricorso a forme atipiche di impiego. Se le cose stessero in questo modo, dovremmo riscontrare un ridotto ricorso ai contratti a termine, e la prevalenza di assunzioni a tempo indeterminato, nelle imprese al di sotto dei 15 dipendenti. I dati dicono semmai il contrario. Ancora: se fosse vero che l’articolo 18 è un costo così rilevante, esso dovrebbe scoraggiare la crescita delle imprese prossime alla soglia dei 15 dipendenti; ma ricerche recenti mostrano che non vi sono effetti significativi di questo genere. Non è ovvio nemmeno quali siano i benefici dal punto di vista dell’efficienza contrattuale.

Come ci insegna l’analisi economica dei contratti, non esiste alcuna conclusione generale sulla superiorità del risarcimento monetario rispetto alla tutela tramite il diritto al reintegro. Molte analisi suggeriscono semmai come maggiore flessibilità si accompagni a minore produttività. Il motivo è chiaro: se il rapporto è meno stabile, sarà minore l’incentivo per le parti (sia l’impresa che il lavoratore) ad investire nella relazione. Ci chiediamo dunque in che modo gli interventi di cui si parla possano essere considerati politiche per la crescita, se non sulla base di un erroneo pregiudizio che considera ogni forma di regolamentazione fonte di inefficienza. È forse proprio la difficoltà a motivare la revisione della disciplina della licenziabilità in termini di efficienza che spinge molti sostenitori del «contratto unico» a parlare di equità. La riforma del mercato del lavoro sarebbe motivata dalla necessità di superare il dualismo («apartheid») nel mercato del lavoro. È però curioso che si suggerisca, quale soluzione, che le tutele dell’articolo 18 continuino a valere per chi è già «dentro» e siano abolite per i nuovi assunti; con il risultato di certificare dal punto di vista giuridico una differenza di diritti tra generazioni, e di creare all’interno di ciascuna impresa due categorie di lavoratori, con diritti e tutele diverse.

Un obiettivo auspicabile solo per chi voglia la disgregazione di ogni residuo di solidarietà tra uguali sul posto di lavoro. Il sospetto è che il vero obiettivo non sia la flessibilità in sé, bensì forzare una modifica delle relazioni industriali. L’unico esito certo della modifica dell’articolo 18 sarebbe infatti quello di incidere sulla forza contrattuale dei lavoratori e dei sindacati (non a caso la norma interesserebbe solo le imprese più grandi, e non a caso l’articolo 18 è nello Statuto dei lavoratori, la norma che promuovere il ruolo del sindacato). Vediamo in filigrana il confronto tra due visioni diverse di società e di economia: chi riconosce il ruolo positivo della concertazione e dei «corpi intermedi» contro chi pensa che sindacati e associazioni di categoria siano solo ostacoli al corretto funzionamento della concorrenza. Una concorrenza in cui il lavoratore mobile, flessibile, è solo un individuo.

La proposta Ichino è una buona soluzione – Paolo Giaretta

Prima premessa. La questione del lavoro deve essere al centro di una profonda azione riformatrice. «La malattia dell’occidente» l’ha definita in un bel saggio Marco Panara. Il fatto che il lavoro valga sempre meno e sia sempre più incerto. Negli ultimi 25 anni la quota di ricchezza che è andata a remunerarlo nei Paesi industrializzati è calata di 5 punti. Sono crescitute le diseguaglianze. E non è solo una questione economica.

Seconda premessa. C’è nel programma del governo, come conseguenza degli impegni assunti con l’Europa, il completamento della riforma del mercato del lavoro. Lo si può fare però dentro una più complessiva azione di riforma: lavoro sì, se insieme e prima si intaccano i monopoli, le chiusure alla concorrenza, le aree protette che appesantiscono la dinamicità del sistema Italia. Lo si può fare con una coraggiosa iniziativa concertativa.

È un punto delicato per il Pd, perché tocca valori fondativi della sua missione politica, perché si riflette una grave frattura nel sindacato, perché un conto è agire in un periodo di crescita, un altro è farlo in un momento di grave debolezza economica. Come impostare il confronto con il governo? Partendo da un dato: l’attuale sistema non funziona, e il malfunzionamento è reso drammatico dalla crisi. Un mercato del lavoro segmentato, che sempre più a fatica mantiene le tutele esistenti per una parte di lavoratori e una larga platea di lavoratori abbandonati a un precariato crescente, senza garanzie minime di stabilità, con un destino previdenziale ai minimi. La realtà è questa. Non facendo nulla la forbice è destinata ad allargarsi, in un arretramento dei diritti che sempre si realizza in un quadro che vede la competitività del sistema Italia a linea piatta, con l’incremento di 15/20 punti dei nostri più diretti concorrenti.

La proposta Ichino offre una soluzione. D’ora in poi contratto a tempo indeterminato per tutti. Possibilità di licenziamento ma con un trattamento complementare di disoccupazione, a favore dei lavoratori licenziati per motivi economici od organizzativi tale da garantire al lavoratore per il primo anno il 90% dell’ultima retribuzione, in caso di necessità l’80% il secondo anno e il 70% il terzo; gli oneri sono a carico in parte dell’Inps, in parte delle imprese, con un evidente disincentivo al licenziamento e comunque un incentivo ad usare i migliori servizi di riqualificazione professionale e outplacement per realizzare un effettivo reinserimento del lavoratore licenziato nelle attività produttive. Un sistema a regime per tutte le imprese, indipendentemente dalla dimensione, con le distorsioni che comporta una diversità di tutele legate alle dimensioni aziendali. Per i lavoratori diversità di diritti a parità di lavoro e di mansioni, per le imprese un ostacolo alla crescita dimensionale. Anche perché la fascia di lavoratori occupati nelle imprese con meno di 15 dipendenti non è affatto residuale.

Se venisse approvato il progetto Ichino sarebbe un passo indietro? Io penso di no, penso che sarebbe un consistente passo in avanti. Soprattutto per chi entra oggi nel mercato del lavoro senza alcuna tutela. Si può fare di meglio? Chi ha idee concrete le proponga. E ne dimostri l’attuabilità, dal punto di vista del consenso e dal punto di vista della sostenibilità economica. La cosa peggiore è lasciare le cose come stanno.

Priorità alle tutele: assurdo pensare a come licenziare – Cesare Damiano

Il Paese si troverà di fronte ad un vero e proprio shock occupazionale a partire dal prossimo anno. Questa previsione la stiamo formulando dal tempo del governo Berlusconi, inascoltati, e adesso la tocchiamo con mano. Anche il 2011 si chiuderà con la richiesta, da parte delle aziende, di un miliardo di ore di cassa integrazione. Purtroppo, la tanto agognata inversione di tendenza non ci sarà. Al contrario, stiamo entrando in recessione.

Ai dati di oltre 2 milioni di disoccupati, di 2 milioni e 700mila «scoraggiati»( per lo più persone molto giovani o over 50 ), di lavoratori al nero che hanno tagliato il traguardo dei 3 milioni di persone si aggiungeranno, secondo Confindustria, altri 800mila disoccupati nel 2012. Purtroppo, la recente manovra del governo sulle pensioni ha aggravato la situazione e le risorse destinate alla crescita appaiono insufficienti. Non è un caso se, come Pd, abbiamo fatto condividere da Pdl e Terzo Polo un ordine del giorno, che il governo ha accolto, che riguarda chi ha perso l’occupazione. Si tratta di lavoratori non tutelati dalla manovra perché non hanno sottoscritto accordi di mobilità entro il 4 dicembre scorso.

Sono i cosiddetti «esodati» delle Poste, i «sovranumerari» colpiti dai processi di fusione degli enti, o coloro che, in previsione di una pensione a portata di mano nel 2012 o nel 2013, si sono licenziati. Adesso, con l’abolizione delle cosiddette quote «96 e 97», si vedono allontanare il traguardo pensionistico anche di 3 o 4 anni. Come vivranno nel frattempo senza stipendio, indennità di mobilità e senza pensione? A questa situazione di grave ingiustizia sociale va posto rimedio.

La soluzione? È semplice: occorre mantenere a questi lavoratori le vecchie regole pensionistiche. Da qui il governo deve ripartire, con la necessaria concertazione, se si vuole aprire un discorso di ammortizzatori sociali nel tempo della recessione. Noi siamo favorevoli all’obiettivo di dotare il Paese di tutele sociali inclusive, soprattutto per le giovani generazioni che conoscono prevalentemente il lavoro precario. Il governo è andato nella giusta direzione scontando l’Irap alle imprese che assumono giovani e donne a tempo indeterminato. È questa la strada sulla quale abbiamo sempre insistito: far costare di meno il lavoro stabile per battere la precarietà. Il problema, a nostro avviso, non è cancellare o indebolire l’articolo 18. Infatti non si spiega come mai nelle aziende al di sotto dei 16 dipendenti, nelle quali il 18 non si applica, si continua ad assumere prevalentemente con contratti flessibili. La risposta è semplice: perché costano di meno.

Qualche suggerimento lo possiamo fornire: esiste una delega, figlia del Protocollo del 2007 e già condivisa dalle parti sociali, che è rimasta nel cassetto del precedente governo. In essa si ipotizza l’unificazione della cassa integrazione ordinaria e straordinaria e, dall’altra, della mobilitò e della disoccupazione. Infine, alla Camera è depositata da tempo una proposta di legge: il Contratto Unico di Inserimento Formativo, prima firmataria l’onorevole Madia. Prevede un iniziale periodo di prova e il mantenimento dell’articolo 18 per padri e figli.

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